martedì 30 aprile 2013

Books in translation: le difficoltà di essere tradotti nel mondo anglofono






Qualche tempo fa, mentre ero impegnata nella ricerca di informazioni sullo stato della traduzione letteraria in Italia per un articolo dedicato (che includeva l'interessante intervista a Cristina Volpi, traduttrice di notevole talento che collabora con case editrici del calibro di  Sperling&Kupfer, Sonzogno e Bompiani), ho avuto modo di leggere un dato che mi ha lasciata impressionata: secondo l'AIE, nel giro di 15 anni, dal 1997 al 2012, le traduzioni nel nostro paese sono diminuite sensibilmente, passando dal 25% a meno del 20%. Ovviamente questa notizia mi ha inquietato, dato che questo calo avrà sicuramente un forte impatto culturale in termini di conoscenza e circolazione delle idee.

Mi trovo oggi a leggere i dati legati alla traduzione nel mondo anglofono e se in Italia si piange, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti non c'è niente da ridere: secondo quanto riportato da Alexandra Büchler di “Literature Across Frontiers”, nel 2012 appena il 2,5% dei titoli pubblicati nel Regno Uniti erano traduzioni di opere straniere, mentre negli Stati Uniti, paese “nato” con l'immigrazione e che racchiude dentro di sé quindi una pluralità di voci, si arriva appena al 3%. Percentuali irrisorie, se confrontate con quanto accade in altri paesi, soprattutto europei (stupisce il dato della Polonia, con ben il 46% di titoli tradotti sul mercato totale).
Personalmente non sono stupita da questi risultati, anche se non mi aspettavo che i numeri fossero così bassi: è probabile che io stessa sia vittima di un pregiudizio, ma avendo soggiornato molto spesso in Gran Bretagna e avendo conosciuto diverse persone, ho percepito una sorta ritrosia a lasciare spazio alle voci “forestiere”, soprattutto se i “forestieri” non si esprimono in inglese, lingua che ormai sovrasta e contamina la maggior parte degli idiomi al mondo. Non ne è immune nemmeno la Francia, paese piuttosto fiero del proprio nazionalismo linguistico: anche lì, sulle copertine di diverse riviste, ultimamente hanno iniziato a comparire parole inglesi come “look” e “trendy” ecc... Insomma l'avanzata dell'inglese pare inarrestabile!
La Gran Bretagna rimane una nazione che offre tantissimo, certo non è un blocco monolitico, ma un luogo aperto alle diversità (basta osservare Londra: cosmopolita, multietnica, città dalle mille possibilità che attira moltissime persone dai 5 continenti), forse però è meno propenso alla contaminazione culturale “non-English speaking” di quanto si possa pensare. 

A questo proposito, il sito Publishing Perspective ha pubblicato un paio di mesi fa un editoriale molto interessante scritto da Joanna Zagdzaj e Nancy Roberts della Stork Press, casa editrice specializzata in titoli provenienti dall'Europa centrale e orientale, in cui si parla della difficoltà di entrare del mondo editoriale britannico degli autori che non scrivono in lingua inglese. Le due titolari hanno riportato un episodio emblematico: invitate a un evento organizzato da uno dei maggiori quotidiani del paese, si sono sentite dire che l'interesse era tutto dedicato agli autori britannici e statunitensi, insomma non c'era alcuno spazio per i titoli tradotti, nessuno della pagine della cultura era disposto a leggerli e recensirli, pregiudicandone il successo editoriale già da subito, visto l'importanza delle recensioni per far conoscere le novità letterarie al grande pubblico. In questo hanno notato una notevole differenza nell'attitudine dei blogger, ben più disposti a “prendersi in carico” una traduzione per recensioni e commenti sul proprio blog.

Ma quali sono le ragioni addotte per questo atteggiamento di chiusura? Una, molto semplicistica, afferma che i titoli tradotti sono spesso “troppo letterari”, “troppo seriosi”, insomma mattoni per intellettuali con la puzza sotto il naso, che non possono piacere al grande pubblico. Un'altra riduce tutto a un puro calcolo economico: tradurre un libro costa. Rimango sempre stupita quando leggo questo: non metto in dubbio che esistano costi legati ai diritti di autore ecc, ma facendo i traduttori editoriali (salvo rare eccezioni) non si diventa ricchi, da nessuna parte. Si può dedurre però che la ridotta possibilità di avere un mercato faccia sì che siano in pochi a voler rischiare e addossarsi dei costi che potrebbero non rientrare. Inoltre, paradossalmente, sono i grandi editori i più restii nei confronti dei libri non scritti in inglese: i colossi sono disposti a investire solo nel caso si tratti di nomi noti, con magari un paio di riconoscimenti internazionali alle spalle (e in quel caso sì, le opere tradotte possono essere non di immediata fruibilità), oppure di filoni letterari che sono riusciti a imporsi ai gusti del grande pubblico: penso ad esempio ai gialli scandinavi (capostipite Stieg Larsson con la trilogia di Millenium), che anche nel Regno Unito si sono conquistati il loro “posto al sole”.

Le piccole case editrici si dimostrano invece più aperte a pubblicare le traduzioni, ma ovviamente, a causa delle limitate risorse finanziarie a loro disposizione non possono investire in grandi operazioni di marketing e pubbliche relazioni, quindi il loro impatto sul mercato generale rimane comunque limitato.

Bisogna ammettere che a rendere più variegato il panorama letterario anglosassone è proprio Amazon, demonizzato da gran parte degli operatori nel settore, che però è il maggior venditore di libri, anche di quelli tradotti, e che li mette in vendita tutti, senza giudicare a priori... semplicemente li mette a disposizione a coloro che sono interessati. Un dato di fatto che editori e recensori dovrebbero prendere in considerazione.

Joanna Zagdzaj e Nancy Roberts dedicano l'ultima parte del loro editoriale alla “missione” che le piccole realtà svolgono: assumendosi il rischio di tradurre un'opera promettente non in lingua inglese di uno scrittore straniero, permettono al pubblico di accedere a una molteplicità di storie e di punti di vista. 
Le major sembrano quasi ignorarlo, ma nella blogosfera c'è un grande fermento legato ai titoli tradotti e in internet i lettori appassionati non perdono occasione di fare opera di “evangelizzazione” nel promuovere i libri che amano. Ricordano giustamente che fino a non troppo tempo fa i libri scritti da autrici, non autori, non venivano presi pressoché in considerazione: una battaglia è stata combattuta e ora possiamo leggere capolavori di scrittrici di assoluto talento, forse è giunto il momento per il Regno Unito di intraprendere una nuova battaglia a favore delle traduzioni: loro, le piccole case editrici sono già in prima linea, ora è il turno di altri soldati di affiancarle. E nel mentre lanciano una provocazione: gli editori d'”oltremare” dovrebbero “americanizzare” il nome dei loro autori per avere una distribuzione nel mercato USA?

Nel mese di novembre mi sono recata a Londra per lavoro e ovviamente non mi sono lasciata scappare, dato che avevo un po' di tempo, il mio tradizionale giro in una delle librerie WH Smith. Ricordo che in classifica dei libri più venduti c'erano titoli di autori perlopiù anglofoni, ma mi aveva stupito trovare nelle prime posizioni “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson. Non ho controllato da chi fosse pubblicato, non posso dire quindi se fosse stata opera di una major on una piccola CE, ma forse è sintomo che lentamente, sì, le cose stanno cambiando. Per quanto riguarda l'Italia, come ho scritto in apertura di questo articolo, la situazione (anche) da questo punto di vista è preoccupante, soprattutto perché le risorse magre dedicate alla traduzione sono spesso spese per libri di scarso valore, di cui possiamo benissimo fare a meno, a discapito di opere di ben altra qualità. Anche qui, forse, possiamo scommettere sul fiuto delle piccole realtà più slegate alle leggi implacabili del profitto a tutti i costi.

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